Soul Cages
Nov
05
1991
Naples, ITTeatro Tenda Partenope
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Un passato da rocker...

Accorsi in cinquemila per lo show napoletano di Sting - Un'esibizione raffinata del professore di Newcastle che sembra aver perso la grinta del periodo dei Police.

Cinquemila persone per il concerto di Sting, e in molti sono usciti dal. nuovo Palapartenope più che soddisfatti. Commento: la serata è stata di tutto rispetto, i musicisti hanno suonato con prestigio, l'ex Police ha cantato con professionalità, il pubblico ha mostrato di gradire lo show. E allora, cosa si può dire di malvagio su una esibizione del genere?

Niente, assolutamente niente. Se non che mancava un elemento più che fondamentale: quell'indispensabile pizzico di emozione in più. E questo apparente piccolo sentimento, può far rapidamente scivolare un ''Signor'' concerto al rango di semplice occasione per ascoltare dal vivo l'artista amato? Certo che lo può, soprattutto se sul palco c'è una star che ha creato tutti i presupposti per dire alla gente: non venite a vedermi, perché io eseguo una musiCa che ho definito ''nullità reazionaria''. Una affermazione che, nonostante sia atterrata nella testa dei fans come uno sgradevole incubo da cancellare in fretta, ha prodotto qualche imbarazzo di troppo. E già, perchè comunque la voglia chiamare Matthew Gordon Summer (in arte Sting), la sua musica è e resta sempre rock. Comprese le mille sfumature etniche e mediterranee che hanno caratterizzato 'The Soul Cages', l'ultimo suo album.

Ed è proprio con 'All This Time'., il brano più gettonato del recente LP, alle 21.30, che Sting apre il concerto al Palapartenope di Fuorigrotta. Quasi attore di se stesso, il professore di Newcastle appare rigido.

Sembra addirittura che stia suonando per una sorta di autocompiacimento. E si rimpiangono allora i tempi dell'energia dei Police. Oggi Sting parla dI navi che partono, di mari in tempesta, di anime vaganti. Frasi eleganti, musica raffinata, indubbiamente. Eppure sembra che manchi di un'ossatura portante.

Ma la platea ci sta. Accetta quasi per doveroso rispetto il nuovo corso del pungiglione. Gioca bene le sue carte Sting e dopo una confusionaria 'Jeremiah Blues (Pt 1)' si lancia nell'italiana 'Muoio Per Te'. La pronuncia è curiosa, ma è un effetto che non disturba. Addirittura, se non esistesse il dubbio che la versione tricolore di 'Mad About You' sia stata registrata per strategie di mercato, ci si potrebbe sentire anche inorgogliti di un tale regalo dello Sting internazionale. Il pubblico risponde e lo show prende quota.

La scenografia è essenziale, come pure la band che conta pochi ma efficienti elementi: a scandire un incisivo ritmo ci pensa l'ottimo Vinnie Colaiuta; le note elettriche di una sei corde sono affidate al giovane Dominic Miller; il tappeto di armonici suoni lo Imbastisce David Sancious con le sue tastiere.

Il professore inglese, comunque, non dimentica di avere alle spalle un passato da Police, e lo ripropone.

Anche perchè gli da una mano a tenere alto il tenore dello show. E sono gli ormai storici brani come 'Roxanne', 'Walking On The Moon', 'Message In A Bottle', 'Every Breath You Take' che riescono a scaldare decisamente il folto pubblico. Forse i momenti migliori della serata. Come l'ultimo bis, 'Fragile', regalato alla entusiasta platea. La scaletta si completa con 'Consider Me Gone', un pezzo del primo album solista, e con quasi tutte le canzoni dell'ultimo 33 giri.

Quasi due ore di musica che fanno azzardare un'ipotesi: dal momento che il rock si edifica sulle sue stesse macerie, è probabile che per crescere non possa fare a meno proprio dei suoi detrattori.

(c) Il Roma by Pasquale Elia (thanks to Valeria Vanella)

Sting, che voglia di suonare...

Sting ha ancora voglia di suonare. L'ha dimostrato ieri sera davanti a più di cinquemila ragazzi accorsi al richiamo della sua musica. C'era molta attesa per questo concerto, si temeva che il musicista si fosse imborghesito, che avesse dimenticato le proprie radici. Invece Sting, ha convinto quasi tutti con uno show completamente rivolto al suo passato, a tratti entusiasmante. Gordon Sumner, questo il vero nome del cantante, ha fatto pace con il rock. Tutto il suo spettacolo non è altro che un inno alla musica che ha caratterizzato gli ultimi trent'anni. Può sembrare banale ma la grandezza del musicista pare ancora più chiara quando abiura il suo presente.

La scaletta del concerto, infatti, abolisce gran parte delle canzoni di oggi per inserire i brani che hanno reso noto il bassista durante il suo sodalizio con i Police. Il concerto comincia con 'All This Time', prosegue con la versione italiana di 'Mad About You', 'Muoio Per Te'. E' l'unica concessione che Sting fa al suo incerto presente. E' ancora intatta in lui la voglia, se non di cambiare le regole, almeno di stupire e non annoiare. Da questo momento Sting stravolge la scaletta dello show. Vanno via le canzoni di 'The Soul Cages'. A sostituirle sono i grandi successi dei Police: 'Roxanne', 'Driven To Tears', 'Walking On The Moon', 'King Of Pain'. Stavolta, a differenza della scorsa tournèe, Sting ha operato una lettura critica. Le nuove versioni sono a metà strada tra l'energia degli esordi e le ultime prove solistiche.

Sting è tornato grande ma per farlo ha dovuto in qualche modo sconfessare se stesso. Il concerto è zeppo di citazioni. Jimi Hendrix, Spencer Davis Group, Tim Hardin sono le più evidenti. Musica degli anni '60, l'epoca in cui il rock si è prepotentemente sviluppato ed è diventato il linguaggio delle giovani generazioni.

Probabilmente Sting ha capito che non si può riscrivere la musica del domani senza tener conto di quella di ieri. E nonostante i suoi attuali accompagnatori facciano rimpiangere in più di qualche occasione gli ex colleghi dei Police, la nuova formula funziona. Sting convince anche senza forzare. A quaranta anni lancia ancora messaggi. I[ più evidente è rappresentato proprio dalla canzone simbolo dei Police 'Message In A Bottle'. Un s.o.s. che lancia un ponte tra il passato e il futuro, che parla ancora alla generazione che ha sognato di cambiare il mondo. Non sappiamo dove vada la musica di Sting ma è certo che l'artista sta recuperando se stesso. E con il suo orgoglio di musicista invera ancora le speranze dei giovani di tutto il mondo.

(c) Il Giornale di Napoli by Alfredo d'Agnese (thanks to Valeria Vanella)

Sting alla ricerca del rock perduto...

In seimila al Palapartenope per la tappa napoletana del ''Soul Cages tour'' che ha confen1lato vizi e virtù di un artista in crisi. Da 'AlI This Time' a 'Message In A Bottle' e 'Purple Haze', omaggi a Hendrix e a Gil Evans. Compatta la band, che non regge però il confronto con le precedenti formazioni della star. Solo le vecchie perle pop-reggae dei Police infiammano il pubblico.

''A message in a bottle'', un ''messaggio in bottiglia'', una specie di Sos: quando Sting mette da parte il suo repertorio personale e attacca i vecchi successi dei Police è come se lanciasse un Sos, se cercasse nell'antico reggae del trio inglese quella marcia in più che manca a questo ''Soul Cages tour''. E, più in generale, al suo nuovo corso, alla carriera di una rockstar che sente talmente la responsabilità di essere tale da arrivare a dubitare del suo stesso lavoro, il rock appunto.

Il biondo rocker stanco del rock è prigioniero di una gabbia dorata che sembra impedirgli di volare: è uno degli artisti di maggior successo, uno dei pochi divi di questi anni. Ha coniugato punk e reggae, ha spruzzato di jazz e di soul la sua musica, ha lavorato nel cinema e nel teatro, si è impegnato politicamente, ha messo il suo successo al servizio di nobili cause, ricavandone anche, dato non secondario, tanta pubblicità.

E ora? 'Soul Cages', l'album, mostrava un uomo alla ricerca di se stesso, impegnato in una sorta di improbabile lavoro di autoanalisi. Nella bolgia del nuovo Pala Partenope sono accorsi in seimila ieri sera ad applaudirlo -lo show di 'Soul Cages' confermava l'impressione provata ascoltando il disco, anche se, in confronto alla prima tranche del tour, ora Sting preme più il pedale dell'acceleratore, certe atmosfere esageratamente autoindulgenti sembrano sparite insieme a inutili puntate autobiografiche. Il tutto a favore di una catartica energia rock. II live act cerca di ritrovare l'essenzialità perduta e la formazione a quattro -il poderoso David Sancious alle tastiere, il metronomico Vinnie Colaiuta alla batteria e un insicuro Dominic Miller alla chitarra - facilita il compito, anche se tra il pubblico serpeggia un po' di delusione per il confronto con le passate super-band del bassista di Newcastle.

La godibilità dello show dunque va a fasi alterne, da 'All This Time' a 'Mad About You' - 'Muoio Per Te' dalle citazioni dylaniane di 'When The World Is Running Down' alla conclusiva 'Fragile', da 'Why I Should I Cry For You' a 'I Miss You Kate', da 'The Wild Wild Sea' a 'When The Angels Fall', probabilmente il brano più significativo della recente produzione: ?In alto sul mondo, questa notte gli angeli ci guardano dormire e sotto un ponte di stelle noi sogniamo al sicuro. Ma forse il sogno sta sognando noi, in volo coi gabbiani, forse il sogno sta sognando noi, a cavallo delle code delle aquile?.

Sting cerca di meritarsi l'appellativo di poeta e profeta procuratogli da album come 'The Dream Of The Blue Turtles' e brani come 'They Dance Alone', dimenticando per strada che la vera forza della sua arte è l'abilità nel dar vita a irresistibili canzonette pop, perle come 'Every Little Thing (She Does Is Magic', 'Message In A Bottle', 'Tea In The Sahara', 'Walking On The Moon', 'Every Breath You Take' che, al PalaTenda, hanno infiammato gli animi e scatenato la platea.

Il segreto dei capolavori del pop, delle mirabili e leggerissime architetture dei Police ad esempio, è proprio nella loro apparente inconsistenza, in una dichiarata semplicità che li trasforma in schegge della vita di chi le ascolta, le canta, le fischietta. E su questo fronte Sting ha poco da temere: le sue melodie sono spesso irresistibili, i suoi ritmi frizzanti, la sua capacità di tenere il palco indiscutibile. Basta che abbandoni il ruolo del divo-Narciso, perche si senta il fresco soffio dei suoi esordi, quando, con i compagni Andy Summers e Stewart Copeland, riformava il mondo del rock con un pizzico di reggae bianco.

I tempi sono cambiati, certo e 'Message In A Bottle' ricorda ancora una volta: ''Un vero naufrago, un'isola sperduta nel mare, un altro giorno di solitudine, nessuno tranne me. Più solitudine di quanto un uomo possa sopportare. Salvami prima che sprofondi nella disperazione, manderò un Sos al mondo, spero che qualcuno riceva il mio... messaggio in una bottiglia'', cantava ancora una volta ieri sera Sting. La canzone termina con un messaggio di speranza: ''Mi sono svegliato questa mattina e non credevo a quello che vedevo: milioni di bottiglie sulla spiaggia''. E oggi Sting, la superstar in crisi, forse non crede più in quella speranza. Ma quando si lascia andare, si rilassa e si gode finalmente la sensualità del suo mestiere le cose cambiano, il ''Soul Cages tour'' acquista una marcia in
più, tutti i problemi vengono messi da parte e, ancora una volta, ...it's only rock and roll, but we like it. E solo rock and roll, ma ci piace.

E tutte le discussioni sulla natura del rock -è di sinistra? è reazionario? -diventano inutili. Come succede anche risentendo le note di 'Purple Haze', omaggio alla chitarra di Jimi Hendrix ma anche, e forse soprattutto, a uno dei maestri dichiarati di Sting, Gil Evans che del genio di Seattle fu un grandissimo fan, realizzando alcuni arrangiamenti in chiave jazz dei suoi pezzi che ancora oggi brillano di luce assoluta.

Il tour infinito di 'Soul Cages' ormai volge al termine. Sting avrà modo di riposarsi, di pensare a nuovi progetti, di ritrovare se stesso. E forse anche l'indicibile magia che rende grande il rock and roll.

(c) Il Mattino by Federico Vacalebre (thanks to Valeria Vanella)

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